Carlo Bergonzi: “Il segreto è conoscere bene la musica”

El gran Bergonzi cumplió 84 años el pasado 13 de julio. “Ochenta y cuatro años y el espíritu, y la pinta enérgica, de un cincuentón”.

Interviú con el tenor (bajo estas líneas, en una foto de 2006) publicada el 11 de julio por su autor en pramzanblog y hoy en La Reppublica de Parma:

La entrevista transcurre en su casa de Milán. Junto a él, su esposa, Adele. En Milano se halla restableciéndose por completo de la intervención quirúrgica a la que se sometió en marzo. Allí celebrará su cumpleaños, con sus hijos y nietos, que llegarán desde Busseto.

De 1947 a 1950 cantó como barítono: “Todos me decían que era barítono cuando yo cantaba como barítono…”. El 12 de enero de 1951, debutó como tenor, con Andrea ChénierBergonzi lo recuerda bien, porque aquel fue un gran día: “Nació también mi hijo mayor, Maurizio”.

Tenor verdiano por excelencia, precisa Bergonzi que su repertorio está abierto a todos los grandes compositores, si bien cuatro son las óperas de Verdi por las que siente especial predilección: Un ballo in maschera, La forza del destino, Il trovatore y Aida.

Entre sus recuerdos líricos de juventud: cuando escuchó a Aureliano Pertile, en Otello, en el Regio di Parma: “Sublime”. Después, en el 42, a Beniamino Gigli y a Maria Caniglia en Un ballo in maschera. Se le quedaron para siempre en el corazón. También le gustaba mucho Tito Schipa.

De Renata Tebaldi recuerda “que tenía una voz maravillosa, que era una gran amiga”. Con Mirella Freni no llegó a cantar porque no coincidieron sus contratos. “Peccato. No, ningún problema entre nosotros”.

Muy amigo de Luciano Pavarotti,  se veían regularmente. Le llamaba “el campeón”. Se querían “molto bene”. ¿Por qué no le invitó, pues, a Pavarotti and Friends?: “Porque no me gustaba cantar canciones, al menos en público. Grabé un disco de canciones napolitanas, es verdad, pero no me apetecía cantar canciones delante de un escenario”.

Dirigido por los más grandes, el mejor de todos, para él, fue Tullio Serafin. Con ninguno de ellos tuvo problemas: ¿Saben por qué?:  “El secreto es conocer bien la música”.

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Carlo Bergonzi, Maestro Bergonzi, 84 milioni di auguri!

  • Achille Mezzadri
  • Ottantaquattro anni e lo spirito, e la grinta, di un cinquantenne. Grande Carlo Bergonzi, una delle glorie della lirica mondiale, una delle glorie di Parma.

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    «Lo trovo nella sua casa milanese, con la moglie Adele, alla vigilia dei loro compleanni. Lui ne fa 84 domenica 13, lei 78 lunedì 14. Lì festeggeranno qui, dalle parti di piazza Stuparich, con i figli e nipoti che arriveranno da Busseto. Sono molto fiero che Bergonzi, un’idolo della mia infanzia parmigiana, arricchisca la galleria delle “Interviste di Pramzanblog”».

    Innanzitutto, come sta Maestro?
    Molto meglio. Sono in convalescenza. Sono stato operato di ernia del disco a marzo, al Policlinico di Milano. Sto facendo la fisioterapia qui nella mia casa milanese. Diciamo che sono in convalescenza. Comunque sono pronto per riprendere il mio lavoro. Il 20 ottobre riapre l’Accademia Verdiana Carlo Bergonzi, al Due Foscari di Busseto. Il 10 settembre ci sono le audizioni.

    Lei è considerato il tenore verdiano per eccellenza. Qual è l’opera a cui è più legato?
    Ho sempre avuto l’onore di essere considerato un cantante “verdiano”, però vorrei precisare che il mio repertorio è aperto a tutti i grandi compositori. Comunque ho quattro opere verdiane alle quali sono particolarmente affezionato: Un ballo in maschera, La forza del destino, Aida e Il trovatore.

    Che cosa è stata ed è Parma nella sua vita?
    Tutto. Lì ho studiato al conservatorio, lì ho avuto e ho molti amici. Con i vari sovrintendenti del Teatro Regio ho sempre avuto un rapporto bellissimo.

    Lei è stato un grande tenore. Come mai cominciò la sua carriera da baritono?
    Tutti mi dicevano che ero un baritono, quindi io cantavo da baritono… Rimasi tale dal 1947 al 1950. L’ultima volta che cantai il Barbiere nel ruolo di Figaro fu il 12 ottobre 1950. Tre mesi dopo, e non so ancora come ho fatto, il 12 gennaio 1951, cominciai la carriera di tenore con l’Andrea Chenier di Umberto Giordano. Quello fu un grande giorno: nacque anche il mio primogenito, Maurizio.

    Lei ha cantanto con i soprani più grandi, da Maria Callas a Renata Tebaldi, da Magda Olivero a Montserrat Caballé. Come mai non ha mai cantato con Mirella Freni? Qualche problema?
    Nessun problema. Ce lo siamo domandati anche noi. E’ che non combaciavano mai gli impegni. Peccato. No, nessun problema fra noi.

    E’ sempre andato d’accordo con i direttori d’orchestra?
    Io sono stato diretto dai più grandi. Pensi che ho debuttato nel Requiem di Verdi con il grande Bruno Walter. E poi ho avuto bacchette prestigiose com Herbert von Karajan, Georg Solti, Dimitri Mitropoulos, Gianandrea Gavazzeni, Thomas Schippers. Ma il migliore di tutti, per me, è stato Tullio Serafin. Sono andato d’accordo con tutti e lo sa perché? Il segreto è conoscere bene la musica. E’ il passepartout per non avere discussioni con nessun direttore. Io ho avurto solo lodi dai maestri che mi hanno diretto.

    E con i “terribili” loggionisti di Parma?
    Un problemino ce l’ho avuto anch’io. Nel ’56, o ’57. Ero appena stato al Metropolitan di New York, chiamato da Mario Del Monaco, dove avevo trionfato con l’Aida. Aveva copito pubblico e critica il mio si bemolle della “Celeste Aida” eseguito pianissimo, proprio con 4 p, come scrisse nella partitura Giuseppe Verdi. Venne giù il teatro. A Parma dovevo cantare proprio l’Aida. Mi dissi: “Visto come è andata in America, qui lifaccio impazzire”. Così eseguii il mio si bemolle “pianissimo”. Ma il loggione rumoreggiò. Non me l’aspettavo. Non furono proprio fischi, ma dissenso sì. Qualcuno pensò che avessi cantato “pianissimo” perché non riuscivo a cantare con una maggiore estensione di voce. Mi aspettarono all’uscita degli artisti, per dirmelo. E io spiegai la mia scelta. Li convinsi. Nelle recite successive mi applaudirono. Fu un nuovo trionfo”.

    Lei è stato uno dei maestro di Michele Pertusi, il grande basso parmigiano…
    Sì. Ma anche di altri ottimi cantanti, come La Scola, Licitra, Aronica, la Fiorillo, Altomare…

    In una recente intervista concessa a “Pramzanblog” Pertusi mi ha detto che in valigia, durante le sue trasferte, porta sempre il parmigiano. E lei cosa portava?
    Be’, il parmigiano anch’io, naturalmente. Ma io andavo oltre. Portavo il culatello. E siccome era proibito portare Otreoceano carne di suino, per regole sanitarie, io aggiravo le leggi nascondendolo. Era un culatello sublime, della Salumeria Aimi di Vidalenzo. Pippo Aimi era mio suocero. Il suo era il miglior culatello della provincia. Io lo nascondevo dove potevo: tra gli abiti, tra gli spartiti…Per fortuna non mi hanno “beccato” mai.

    Lei è stato un idolo del Metropolitan…
    Sì, ero di casa. Mi volevano e mi vogliono molto bene. Ho vissuto a lungo a New York. Abitavo nello stesso palazzo di Luciano Pavarotti, al Central Park South. Ero molto amico di Luciano. Ci frequentavamo regolarmente. Lui mi chiamava affettuosamente “il campione”. Gli volevo molto bene. Conoscevo bene ovviamente anche la sua seconda moglie, Nicoletta, ma avevo confidenza più con lui. Ci legava la musica”.

    Perché non l’ha mai invitato al Pavarotti and Friends?
    Perché io non amavo cantare le canzoni, per lo meno in pubblico. Ho inciso un disco di canzoni napoletane, è vero, ma non mi piaceva cantare canzoni davanti a una platea.

    Che cosa ricorda di Renata Tebaldi?
    Che aveva una voce meravigliosa, che era una grande amica. Veniva spesso a casa mia, a New York. E’ stata una bella amicizia. E poi eravamo parmigiani tutti e due. Tra noi parlavamo anche in dialetto.

    E della sua giovinezza a Parma, dei suoi primi approcci con la lirica?
    Ricordo bene quando andai a sentire Aureliano Pertile nell’Otello, al Regio. Sublime. Poi nel ’42 sentii Beniamino Gigli e la Caniglia nel Ballo in maschera. M rimasero per sempre nel cuore. Amavo molto anche Tito Schipa.

    Che cosa mi dice dei tenori di oggi?
    Ci sono delle belle voci in giro, è vero. Ma urlano troppo… Ai miei tempi c’era il bel canto… Sa come li chiamo io? Gli sbrajòn…

    Allora, Maestro, pensa che un giorno arriveremo ai concerti dei “trì sbrajòn”?
    Ha ragione, ha ragione… Gh’arivèma.

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